Ho voluto a tutti costi intervistare il mio amico/collega Fabrizio Emigli per cercare di fare emergere alcune problematiche che attanagliano noi cantautori. Ho optato per Fabrizio perché so che può darci un contributo umano e artistico significativo, considerata la sua grande esperienza nel campo musicale. L’ho scelto, inoltre, perché è una persona che stimo artisticamente e umanamente. Ma questa mia considerazione non è nuova.
Spero l’intervista sia di vostro gradimento…
Ciao Fabrizio, oggi per la prima volta nella vita voglio travestirmi da intervistatore e provare a portare alla luce alcuni problemi che affliggono gli artisti e in particolare i cantautori. Prima di parlare del tuo ultimo cd "Stelle in eccedenza" vorrei porti alcune domande sulla canzone d'autore in Italia. Conosco alcuni colleghi che per farsi apprezzare hanno dovuto espatriare in Francia o in Svizzera. E' così asettica la nostra situazione culturale?
Cristallizzata, la definerei, e certamente non per colpa degli artisti. L’industria discografica e quella della musica in generale è pressoché morta. Mentre i live sono sempre più affollati (dati ufficiali della SIAE) i CD prodotti non vengono più distribuiti e soprattutto manca un vero progetto statale di supporto alla musica cosiddetta “leggera”. Si è fatto in passato per il cinema (articolo 28) ma nessun Governo ha mai stanziato fondi per incentivare il mercato della discografia.
I Paesi che hai citato sono molto più attenti a questa forma di arte e probabilmente alcuni artisti italiani hanno tentato di chieder soccorso fuori dai nostri confini.
Pochi, in realtà, ci sono riusciti; Pollina, Testa, Conte e poi i grandi nomi del pop internazionale (Pausini, Bocelli, Ferro) ma nessuno dei grandi cantautori italiani ha avuto fortuna lontano dall’Italia. Non ricordo classifiche straniere occupate dai vari De Andrè, Fossati, Battisti, De Gregori, Dalla. Un Paese che non si preoccupa di inventare uno spazio televisivo adeguato per la nostra musica d’autore (a parte le “differite” dei Premi Tenco e Musicultura in orari improbabili) è un Paese che non si preoccupa della fine di questa forma di cultura e di intrattenimento.
Parlando con questi artisti "stranieri", è emerso che il pubblico all'estero è più attento ai testi, tanto da tradurli nella loro lingua. In base alla tua esperienza (quasi trentennale), come si pone il nostro pubblico di fronte alle canzoni considerate "impegnate"?
Basta fare un giro su myspace e seguire i vari “forum” per scoprire che sono ancora tantissimi quelli che hanno bisogno di buoni testi e di musica colta, perché io ho sempre considerato tale la canzone d’autore. Non si spiegherebbe perché son tanti i giovanissimi che affollano i Palasport quando canta Guccini, quelli che seguono De Gregori e Vasco Rossi o quelli che riscoprono oggi Gaber o Lolli (intelligente l’operazione “cover” di Ho visto anche degli zingari felici; è incredibile come sia ancora moderna, attuale, fresca nella scrittura e addirittura “avanti” questa meravigliosa canzone dopo decenni dalla sua uscita. Bravo Carboni e bravo Senigallia).
Poi sul termine “impegnato” bisognerebbe rifletterci un po’ su, secondo me.
In passato si sono creati mostri, in positivo e in negativo, relativamente a questo termine improprio. Non so quanto sia poco “impegnato” un artista come Elvis Costello o, in Italia, uno come Fossati dei tempi di “Dedicato” o “Un’emozione da poco”. Noi che amiamo la canzone d’autore abbiamo fatto un po’ di confusione, secondo me.
Un cd particolare e armonioso come "Stelle in eccedenza" non ha trovato una casa discografica che lo producesse e lo distribuisse. Cosa ne pensi della situazione (tragica aggiungo io) delle case discografiche?
Che è tragica! Però forse bisognerebbe non considerarla più (mi viene in mente la battuta del nostro Presidente della Repubblica, proprio ieri, in risposta alla preoccupazione del capo del governo sui programmi di satira che lo bersagliano in TV.
Arguta e puntuale la risposta “Basta non guardarla, la TV”). Credo non dovremmo più considerarle le case discografiche e non parlarne più. La maggior parte degli artisti, in Italia e all’estero, si producono le proprie opere e se le vendono durante i concerti o nella rete. Anche il sottoscritto lo fa ed è una condizione nuova e per alcuni versi stimolante e dal buon sapore artigianale. Dal produttore al consumatore, insomma.
E ancora…parliamo un attimino delle radio. So che alcune, per scelta, non trasmettono nulla che non abbia dietro delle grosse Major. Altre purtroppo non conoscono gli artisti (il problema è riconducibile alla domanda sopra formulata) e di conseguenza non avendo del materiale a disposizione, trasmettono solo musica “commerciale”. Come si può secondo te spezzare questo circolo vizioso?
Qui la situazione è ancora più tragica. I grandi network non passano musica “diversa”; basta farsi un giro tra i canali per rendersi conto delle 6 – 7 canzoni che girano martellanti e in “loop” sulla maggior parte dei canali. Si sussurra da decenni, senza che nessuno abbia mai portato prove certe della notizia, che le etichette e le distribuzioni più potenti comprino gli spazi radiofonici come fossero veri e propri spazi pubblicitari. Ma questa è “solo” una diceria (che nessuno però ha mai smentito). Di contro esistono centinaia di radio web che ospitano le proposte considerate poco radiofoniche e riservano una particolare attenzione agli artisti che altrimenti non riuscirebbero a ritagliarsi uno spazio. Questa è una speranza per il futuro e per la musica giovane.
Molti di noi
conoscono solo di nome il “Folkstudio”. Tu non solo hai avuto modo di condividere il palco con artisti del calibro di Francesco De Gregori, Rino Gaetano, Antonello Venditti, Mimmo Locasciulli e tanti altri, ma sei stato per due anni persino il direttore del “Folkstudio Giovani”. Cosa ti ha lasciato dentro quest’esperienza?
Sono stato fortunato, lo ammetto. Il Folkstudio era a Trastevere, a due passi da casa mia, e la domenica pomeriggio a piedi raggiungevo la vecchia e accogliente cantina dove passavano in ordine sparso i “Giovani del Folkstudio” che magari si esibivano per la prima ed ultima volta su quel palchetto e, fra gli ospiti, si poteva ascoltare Venditti, De Gregori o il compianto Lo Cascio mischiati agli esordienti. Era uno spazio VERAMENTE libero. In nessun altro posto frequentato poi ho potuto più respirare la stessa atmosfera schietta e professionale. Giancarlo Cesaroni, il patron, fu uomo coraggioso, risoluto e burbero ma incredibilmente tenero e affettuoso. Diverso da tanti operatori del settore che pensano solo a vendere birre con musica dal vivo in sottofondo e che trattano gli artisti come fossero carta moschicida per un pubblico “più numeroso possibile, pagante e consumatore di sangria e noccioline”.
L’esperienza del Folkstudio mi ha lasciato dentro questo senso del rigore e dell’impegno che si deve esercitare sul palco, anche davanti a 2 persone paganti di cui una tua parente e l’altra parente della cassiera e che magari odia i cantautori. Al Folkstudio accadeva tutto questo. Mi manca e mi manca Giancarlo. Mi manca il suo rigore al limite dell’insopportabile, mi manca il suo pessimismo rispetto al Paese che stava cambiando e che stava inesorabilmente uccidendo la cultura e la buona musica. Mi faceva incazzare ma, devo ammetterlo, ci aveva visto.
Nella tua biografia si apprende che hai partecipato a diversi concorsi canori e con ottimi risultati. Hai ricevuto segnali importanti dopo queste partecipazioni?
Altalenanti. Alcuni li ho vinti in altri mi sono piazzato bene. Da altri mi hanno cacciato a pedate o per nulla considerato. Però sono serviti, tutti. Intanto a capire che la vittoria e il piazzamento sono relativi e poi che è utile parteciparvi per incontrare altre realtà simili o lontane dalla nostra proposta. Purtroppo però i concorsi canori sono oggi troppi o peggio sono l’unica opportunità e questo è un male secondo me. Tra i segnali del “dopo” che mi vengono in mente ci fu una mail di un architetto toscano che seguì la mia partecipazione a “Musicultura” e che mi ringraziò per il brano che avevo presentato, incluso tra i 16 della compilation ufficiale. Mi scrisse una bellissima lettera molto affettuosa e piena di complimenti sinceri.
Cosa ti senti di consigliare ad un giovane artista che ha deciso di intraprendere la nostra strada?
Di non cercare attraverso la musica e le canzoni nessuna forma di successo, di popolarità e di notorietà. Nemmeno di cercare di farne la principale fonte di guadagno, perché è privilegio di pochissimi eletti o fortunati. Ma, al di là di questo, di non fermarsi mai di fronte alle miriadi di difficoltà che si presenteranno davanti. Di scrutarsi continuamente dentro e di capire quanto sia fondamentale e vitale comunicare, comunicarsi attraverso questa meravigliosa forma espressiva. Di suonare e cantare sempre, dovunque, ad ogni costo. Di fregarsene del locale che non ci vuole, del pubblico che fischia o che parla d’altro e ad alta voce, distratto, ma cercare invece, nonostante questo, di provare a rubare un secondo di attenzione e in quel secondo rovesciare negli occhi e nelle orecchie (e nel cuore) di chi ascolta un’energia ed una valanga di bellezza per cui valga la pena farlo. Mi viene in mente la scena bellissima inserita in quel capolavoro che è “American Beauty” dove un filmato amatoriale di una busta di plastica svolazzante diventa, per una manciata di secondi, la sintesi magnifica, magica e perfetta di tutta la bellezza e la forza possibile che si possa raccontare. E’ privilegio e compito degli artisti continuare a raccontare storie; non lo fanno più i genitori e i nonni, non lo fa la televisione e su facebook e mondi simili si fa solo attraverso la tastiera e lo schermo, asetticamente (qui il termine risulterebbe appropriato).
Torniamo a “Stelle in eccedenza”, ascoltandolo svariate volte ho constatato una sorta di malinconia celata (ma non troppo), a volte struggente, in particolare nei brani “Con tre gocce d’aceto” e “Stelle in eccedenza”. Ce ne vuoi parlare?
Mi piace il termine “malinconico” e ancora di più “struggente”. Difficilmente riesco a scrivere quando le cose della vita scorrono senza sussulti, senza dolori e dolore, senza inciampi. Ricordare e ripensare alle cose della vita senza provare malinconia, credo sia impossibile. Parlare d’amori e d’amore, raccontarne senza “struggersi” è per me un esercizio improbabile. Il termine “impegno” di cui hai parlato prima, io lo identifico in questo, nel coinvolgimento emotivo per le cose che scrivo, nel tentativo rispettoso per me e per chi ascolterà, di essere più vero e sincero possibile, costi quel che costi.
Però la canzone “Stelle in eccedenza” è tuttaltro che malinconica. E’ il tentativo di raccontare la fuga da una costellazione lucente e forse un po’ troppo appagante, mettersi alla prova in un percorso alternativo verso cieli meno brillanti per poi, magari, accorgersi che le stelle ingombranti, eccedenti da cui troppo spesso si fugge, ricontandole al ritorno, risulteranno poi solo un pugno di lucciole rachitiche e opache.
Fabrizio, chi è “Elio”?
Elio è oggi un uomo di quasi sessant’anni, con un grave handicap psichico. Uno dei tanti teneri personaggi che ho conosciuto nel mio rione romano, Testaccio. Ogni giorno, puntuale, veniva accompagnato da un parente o da un assistente premuroso nel parco sotto casa mia e, all’arrivo del camion della spazzatura, Elio aveva un sussulto ed ogni volta un brillìo negli occhi. Tutte quelle spie lampeggianti, quegli strani uomini con guanti e cappucci, quei rumori di ingranaggi e sbuffi di fumo erano per lui come e più di un’astronave o di un aereo misterioso che ogni giorno, alla stessa ora, si presentava davanti al suo sguardo.
L’ho catapultato in una boscaglia reinventata di non so quale paese del mondo, in uno scenario di guerra e di aerei (e di sbuffi, di scintille e di lampi). Gli ho fatto trovare una carcassa di macchina morente, quasi un animale mostruoso, a lui sconosciuto. L’unica parola che Elio conosce e sa leggere è il suo nome. E inconsapevolmente viene attirato (e la cosa gli risulterà fatale) da una targhetta metallica con impresso il suo nome. Confonde l’animale/carcassa morente con un suo simile, con un cucciolo che porta il suo stesso nome. Gli si avvicina, cerca di capire il perché di tutti quei rumori, di quegli sbuffi, di quelle strane luci. Si avvicina alla carcassa, sempre di più, verso una inevitabile e liberatoria conclusione.
In “Quanto mi dai” ci vedo una descrizione di un amore moderno. Parli di sms che non arrivano (non c’è segnale) di una calligrafia tutta da scoprire forse anche di un amore che non si chiude nel giusto modo. Le parole scorrono lente e trepidanti nel display.
E parla di incomunicabilità, nonostante gli strumenti oggi messi a disposizione, e di comunicazione prezzolata. Se addirittura oggi ci si ricarica alla risposta, non c’è più speranza!
Quindi, provocatoriamente, ho chiesto di aiutarmi a dare un prezzo alle mie chiamate, alle mie attenzioni. Anche perché, nonostante le corse affannate e presuntuose, “…non sfileremo in nessun lieto fine”…
In “Pregate per noi” hai trattato il tema dell’emarginazione.
C’è un Dio per tutti anche per chi non ha un posto nemmeno per pisciare. Come è venuto fuori questo capolavoro?
Grazie per il termine “capolavoro”. Forse un po’ azzardata come definizione (ma la accetto e mi ci “gongolo”). Mi mancava una preghiera che contenesse in ordine sparso un santo protettore delle puttane, dei sodomiti e dei bestemmiatori incalliti e quindi me lo sono inventato. Un santo protettore dei cessi e delle saune promiscue e fumose. Ma che ci proteggesse davvero, senza deviazioni consolatorie o poetiche, senza forzature e assestamenti di comodo, come troppo spesso leggiamo nei vari libri sacri di tutte lereligioni. O forse è stato solo un mio goffo tentativo di auto assoluzione (spero ci sia anche un santo protettore per chi si auto assolve, a questo punto…sennò mi toccherà inventarlo nel “sequel”).
Ho avuto modo di ascoltare anche il tuo cd precedente “Dentro un nuovo disordine”. Mi sono sempre chiesto come mai un cantautore del tuo spessore, che scrive testi raffinatissimi non tratti più spesso temi sociali. E’ una tua scelta?
Non è una scelta, non c’è nulla di studiato nelle cose che scrivo, non ci riuscirei mai. Non sono poi così bravo a pianificare. Se mi venissero temi più esplicitamente sociali, ne tratterei senza pudori. Probabilmente mi riescono meglio altre tematiche.
Attenti però a non confondere il “tema sociale” con un didascalico esercizio di stile. Considero da sempre “La donna cannone” una splendida e riuscitissima canzone a sfondo sociale “…in faccia ai maligni e ai superbi il suo nome scintillerà” è una frase di una potenza incredibile. Ed è da molti considerata “solo” una canzone d’amore.
Oppure l’esperimento “Baglioniano” de L’Ultimo Omino: “battile, combattile le lotte attese nei grilletti, nelle pallottole dei verdetti, nelle razzie delle speranze fatte a fette dentro i lucchetti delle manette…battiti battiti”. Le trovo due perfette e riuscite canzoni a tema sociale.
Fabrizio, grazie per questa splendida chiacchierata. Spero possa servire a far capire che esistono tantissimi bravi chansonnier che purtroppo, non per loro demerito, non hanno modo di farsi ascoltare. Ci sentiamo presto!
A proposito…quanto mi dai se ti chiamo?
…mi ricarica la risposta e ciò mi basta.
Grazie a te.